martedì 14 ottobre 2014

CAPITOLO 49

Prendo tempo.
Appena posso, mi allontano dal quotidiano: fosse anche solo per pochi istanti, quelli che bastano a sollevare lo sguardo in cerca di aria nuova.
Tolgo l’audio: voci e rumori diventano suoni confusi in sottofondo.
Non esiste più sole o vento, pioggia o gelo.
Il cielo potrebbe esser un tramonto dipinto in amaranto o un pesante coperchio di piombo. 


Prendo tempo e mi avvicino ai miei pensieri: ci sono tessere del mio mosaico che ancora non hanno trovato un luogo.
Il passato, il futuro: dov’è il ponte che li potrebbe unire?
Agire per se stessi e apparire di pietra o compiacere il mondo   con il rischio di rendere sterili i propri sogni? Non trovo una via di mezzo. 




Anche se la dovessi cercare a oltranza, troverei solo insipide contaminazioni.

Di una cosa sono certa: del poco tempo che mi resta e dell’impossibilità di programmare un decalogo di vita che sia rappresentabile nel tempo reale.
Se mai partorissi un copione perfetto, le variabili della vita lo brucerebbero all’istante.



Scrive Kundera - L'insostenibile leggerezza dell'essere  - “L'uomo vive ogni cosa subito, per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza avere mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre ad uno schizzo. Ma nemmeno "schizzo" è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro. “
Prendo tempo.
Prendo il mio tempo e lo vivo .

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