lunedì 15 giugno 2015

CAPITOLO 59

Quante volte ho intrapreso il cammino del racconto, per poi arenarmi lungo il viaggio, perché i pensieri che animano come onde la mente, diventano immobili una volta tradotti in simboli grafici.




“ Talvolta, la domenica, mio padre ci accompagnava in auto fino in via D.
Cinquanta metri era poi la distanza da percorrere a piedi, fino alla casa del nonno. Una casa d’epoca, dai muri grigi e i balconi in ferro battuto.
Cinquanta metri di corsa fino al vecchio portone. Una corsa per sfidare il tempo.
Cuore in gola e respiro affannoso: dovevo esser la prima a varcare la soglia, la prima a gridare “arriviamo”, la prima a gettare uno sguardo sul cortile che sapeva di antico. Lastre di granito e terra battuta; grosse pietre in un angolo, giunte chissà da dove; qualche vaso di cemento con ciuffi di menta.
Dovevo essere la prima anche a superare l’oscurità dell’androne, a salire i gradini di pietra consunta, battendo la ringhiera arrugginita per  scacciare i mostri e i draghi che lì dimoravano, trattenendo il fiato per non respirare l’odore di vecchio che mi entrava sotto pelle. Meglio i mostri dell’infanzia o le paure del presente?
La casa del nonno era al primo piano: il suo ingresso dava su un ballatoio aperto. D’inverno vi spirava un vortice siberiano che toglieva il fiato.
Ricordo una porta doppia: la prima in legno scuro, la seconda di vetro smerigliato e in mezzo, sulla destra, un’infinità di oggetti appesi e una bilancia a piatti richiusa, sola, sul suo chiodo. Una bilancia: il peso dei ricordi.
Il regno del nonno era uno spazio in miniatura. Due stanze divise da un atrio che fungeva da ingresso, sgabuzzino, appendi-tutto. Un porta-abiti, una cassapanca, qualche scatola a riempire quell’angolo.
A sinistra la camera da letto. Una finestra con le persiane perennemente chiuse, un letto altissimo e lugubre, con due cuscini fuori misura in piuma d’oca sul fondo; due comodini alti quanto me; un armadio dalle ante scricchiolanti; due sedie con la seduta damascata. Non ho mai amato quel buio.
A destra il cuore della casa del nonno. Il suo spazio vivo.
Suoni, colori, profumi condensati in pochi metri quadri. Una radio con un enorme altoparlante in bachelite sempre accesa; i suoi schizzi su cartoncini; barattoli affollati di pennelli e matite.
Il mobile sotto la finestra era uno scrigno di essenze profumate, pennini, strani attrezzi di lavoro, taglierini, calamite.
E i tanti barattoli di colori in polvere…se chiudo gli occhi, quell’arcobaleno mi invade ancora la mente. Il colore della vita.
Il nonno viveva facendo l’imbianchino, ma era un pittore, un pittore di anime.”

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